Francisco Ferrer e la settimana tragica: Barcellona brucia, una settimana di rivoluzione

Domenica a mezzanotte, il comitato di sciopero generale si riunì con circa 200 persone in un luogo segreto, mentre molti altri giocavano a carte nella sede della solidarietà operaia per distrarre la polizia di guardia che controllava la zona con impazienza. Quello che a prima vista sembrerebbe essere uno sciopero generale, si trasformerà dopo poco in una manifestazione memorabile che cambierà il corso della stessa storia.

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Motivi

Prima di tutto è molto importante sapere quali erano state le ragioni di questa settimana di rivoluzione. La più importante, a quanto pare, fu l’imbarco delle truppe per la guerra in Marocco. Dopo la perdita di Cuba e delle Filippine, la Spagna cercava di ottenere un’influenza maggiore in Nord Africa, in particolare nel nord del Marocco.
Ovviamente i marocchini opposero resistenza e come conseguenza della loro reazione, il presidente Maura dichiarò guerra al Marocco.

Tutti questi avvenimenti finiranno per innescare una reazione a catena dato che, al dichiarare la guerra, la Spagna aveva bisogno di soldati, di cui però non disponeva. Qual era la soluzione? Ricorrere ai riservisti catalani. Questo, di norma, succedeva solo in situazioni eccezionali, in quanto avevano già prestato il loro servizio militare in precedenza. I riservisti, in generale, erano persone dalle scarse possibilità economiche (a quel tempo pagando una tassa di 1500 pesetas non si era obbligati a prestare servizio militare), inoltre erano capifamiglia, e la cosa generava un altro problema: avrebbero dovuto lasciare le proprie famiglie senza un tetto.

Molta gente vedeva i soldati marciare verso il macello, perché la morte era quasi certa, ma era una morte in nome di cosa? In nome della tutela degli interessi delle classi privilegiate?

È ovvio che questo motivo, da solo, non poteva provocare una rivolta così importante come quella della settimana tragica. Fu solo la scintilla che accese la fiamma, perché le ragioni erano più profonde, e dovevano ricercarsi nelle radici del clima sociale in cui viveva la città di Barcellona agli albori del XX secolo e nell’immenso risentimento che la popolazione sentiva nei confronti del potere e delle classi privilegiate. Tra le altre cose, i riservisti:

· Vivevano in quartieri suburbani, tra gli emarginati.
· Avevano appartamenti che non rispettavano nessuna norma di igiene.
· Non avevano abbastanza risorse per mandare a scuola i loro figli pertanto la loro alfabetizzazione risultava impossibile e i bambini si vedevano costretti a lavorare nelle fabbriche già a 8 anni.
· Lavoravano tra 12 e 13 ore al giorno, domenica compresa.
· Non avevano alcun tipo di sicurezza sociale.

Nonostante tutte queste ragioni, la guerra era vista come un atto egoistico che per le famiglie catalane avrebbe significato un enorme dispendio economico e, cosa ancor più tragica, un dispendio di sangue umano.

Come trascorse la settimana:

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Lunedì 26 Luglio
Lo sciopero generale venne rispettato da molti, per lo più a Barcellona, Sabadell, Terrassa, Badalona, Mataró, Granollers e Sitges. Si formò un comitato di sciopero che si sarebbe occupato della coordinazione e della direzione del movimento. Le autorità ordinarono all’esercito di scendere in strada. L’esercito fu accolto dal popolo con grida “Viva l’esercito!”, “Abbasso la guerra!” e “Lottare per i nostri fratelli in Marocco!”

Alle otto del mattino la città già era paralizzata, i negozi e le fabbriche erano stati chiuse e i tram non funzionavano. Una particolarità da sottolineare di questa settimana è la complicità che si generò tra l’esercito ei ribelli. I militari non volevano combattere contro il popolo, che alla fine dei conti stava manifestando in difesa dei soldati che erano stati inviati in Marocco. È per questo che il controllo della città era nelle mani della Guardia Civile e delle forze di sicurezza.

Alcuni rappresentanti della solidarietà operaia volevano abbandonare lo sciopero passando alla rivoluzione e alcuni dei leader radicali erano d’accordo. Ma nessuno voleva afferrare le redini dell’insurrezione, o nessuno aveva il coraggio per farlo.

Il governo ricevette un duro colpo quando il ministro De La Sierva e il governatore Angel Ossorio i Gallardo dichiararono il loro disaccordo con le sue idee. Finalmente, le idee del ministro De La Sierva (idee di una rivoluzione politica e sociale) vennero votate all’unanimità e si dichiarò lo stato di guerra. Il governatore Angel Ossorio y Gallardo, che credeva che la situazione potesse essere controllata con misure più tradizionali, decise di rassegnare le dimissioni.

Alle 11.30 circa, del Lunedì, ebbe luogo un evento che lasciò un segno indelebile di questa ribellione, l’incendio del Patronato Operaio di San Jose nella zona del Poblenou. Il Patronato fu il primo degli 80 edifici religiosi, chiese parrocchiali, scuole e istituti di beneficenza, che vennero dati alle fiamme durante questa settimana tragica.

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Martedì, 27 luglio

Dal Marocco arrivavano le notizie del disastro del Barranco del Lobo, in cui 200 o 300 riservisti persero la vita. In conseguenza di ciò, ebbe inizio il sollevamento di barricate per le strade, che isolavano quartieri interi e le chiese.

La protesta anticlericale andava avanti, non si fermava, altre chiese soffrirono incendi e fu proprio in una chiesa che ebbe luogo uno degli eventi più raccapriccianti di quella settimana: la profanazione di tombe in cerca di prove di torture e di orge. Le mummie delle monache vennero dissotterrate e fatte sfilare lungo Las Ramblas, fino alla Plaza San Jaume. Allo stesso modo

ebbe inizio una ricerca morbosa dei miti sui tesori della chiesa, riportando alla luce soldi e gioielli.

A mezzogiorno del martedì si diede inizio alla costruzione delle barricate che si estendevano in tutta la capitale e arrivavano fino alle città limitrofe. Le barricate servivano a isolare i quartieri e le chiese che erano stati date alle fiamme.

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Mercoledì, 28 luglio

Nessun evento da sottolineare, tutto seguiva il suo corso.

Giovedì, 29 luglio

I franchi tiratori, conosciuti con il nome di “Pacos”, posizionati sui tetti degli edifici, seminavano il panico per le strade, mentre i politici continuavano a riunirsi senza prendere nessuna decisione perché nessuno voleva assumersi responsabilità e perché molti di loro scomparvero all’improvviso. Da Valencia, Saragozza e Pamplona arrivarono i rinforzi, che stando a quel che si racconta, furono all’incirca 10.000 uomini e il Giovedì stesso venne autorizzato lo smantellamento del Pobleunou, del Clot e di San Martin.

Venerdì, 30 luglio

L’esercito continuava a prendere possesso dei quartieri della città, alcuni dei servizi pubblici ripresero la loro attività e cessarono gli incendi di edifici religiosi. In questo giorno una nave piena di soldati salpò in direzione del Marocco.

Sabato, 31 luglio

Il governatore militare pubblicò un bando con il quale autorizzava i cittadini di Barcellona a circolare liberamente per le strade. I negozi e le banche riaprirono le porte ai clienti.

Domenica, 1 agosto

Le autorità si rimisero al lavoro per punire i colpevoli del disastro. Furono i tribunali militari ad avere il compito di giudicare, duramente, i responsabili e gli autori di questo sciopero. La fucilazione di Francisco Ferrer i Guàrdia, il principale accusato degli eventi perpetratisi nell’arco della settimana tragica, sollevò mobilitazioni nazionali e internazionali. Il governo venne accusato di essere sporco e corrotto. La pressione del momento portò alla caduta del governo del Presidente Antonio Maura e fu proprio allora che il Re propose la salita dei liberali al potere.

Cause dell’esito dello sciopero:

· Molti patroni e proprietari si sentivano poco protetti dalle forze di sicurezza, (presenti in numero scarso) e chiusero i loro stabilimenti. Secondo molti storici questa fu una delle cause dell’esito dello sciopero.
· Il governo catalano non assunse nessuna misura di sicurezza in attesa dei rinforzi.
· Si strinse un patto tra l’esercito e il popolo.

Chi era Francisco Ferrer i Guàrdia?

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Un rivoluzionario, un libero pensatore e un cospiratore intenzionato a creare una frattura all’interno della Spagna canovista. Vedeva la Spagna come una nazione autoritaria, intransigente, obsoleta e oligarchica, e per questo creò un progetto educativo, chiamato “scuola moderna”, per promuovere valori come la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale. La sua era una lotta contro un insegnamento confessionale, fanatico e dogmatico promosso in quegli anni dalla chiesa, che aveva il controllo dell’educazione del popolo.

Venne accusato dell’attentato ad Alfonso XIII e per questo incarcerato durante un anno, ragione per cui perse il suo credito morale davanti la società.
Anche se la sua partecipazione alla settimana tragica fu minima, risultò la persona perfetta sulla quale far ricadere le accuse maggiori degli eventi che ebbero luogo allora. Vedendosi escluso dalla partecipazione alla settimana tragica, Guardia cercò di convincere le autorità di due piccoli centri urbani come Premiá de Mar e Masnou a proclamare la repubblica, cosa che non ebbe esito ma fornì la prova principale per accusarlo, condannarlo e infine fucilarlo nel Castello del Montjuïc, il 13 ottobre 1909.

E il resto della Spagna? Il governo conservatore di Maura

Barcellona si trovava completamente isolata dal resto della Spagna, a causa delle vie ferroviarie, ma anche telefonicamente e telegraficamente, e questo causò la mancanza di informazioni per i ribelli, convinti che la rivolta si fosse già diffusa anche in altre province della Spagna. Il ministro del governo De La Sierva approfittò dell’isolamento per far credere alla gente che lo sciopero aveva una matrice separatista e che non era sostenuto dalla classe operaia fuori della Catalogna.

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Vittime:

· 119 civili
· 3 religiosi
· 4 o 8 tra militari e guardie della sicurezza
· 3.000 detenuti, tra i quali più di 1.700 vennero processati e 17 condannati a morte.
· Molti altri morti e feriti non rientrano nel conteggio perché non ricevettero ausilio medico negli ospedali, vennero assistiti nelle case e non furono mai ufficialmente contati.

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Yhan

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